April 20, 2009 da Universita Aperta
Si può argomentare che gli attuali modelli di distribuzione della conoscenza (in particolare le riviste scientifiche, ma lo stesso potrebbe dirsi dell'editoria in generale) facciano pagare due volte i cittadini (e gli studenti in particolare) per accedere alla conoscenza. In primo luogo, fondi pubblici sono usati per creare ricerca e contenuti (in particolare, pagando gli stipendi di ricercatori e docenti, ma a volte anche finanziando ricerche specifiche). Dopodiché, i risultati di tale lavoro scientifico e creativo sono venduti ai cittadini stessi, con un ricarico più o meno consistente.
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Perché pagare due volte per accedere alla conoscenza?
La riflessione apre un punto di vista da cui non mi ero mai posizionato prima d'ora.
Effettivamente alcuni prodotti dell'università come gli articoli scientifici non sono di libero accesso. Tuttavia, i giornali scientifici non sono di proprietà statale, bensì di organizzazioni internazionali (in campo ingegneristico è famosa IEEE -ieee.org-, oppure ACM -http://www.acm.org/- e così via), consorzi, e simili, che devono sostenere costi come la stampa e l'organizzazione del meccanismo di controllo della qualità. Quando un ricercatore vuole pubblicare un articolo in un giornale scientifico, lo invia (secondo tempi e modalità precise),e dopodichè si mette in moto una procedura per cui l'articolo viene revisionato da più persone ed in base ai loro giudizi viene accettato oppure meno. Queste persone sono esperti del settore, privati oppure anche professori universitari. Questo lavoro va dunque pagato, così come altri voci di spesa. Ed ecco che ritengo giusto che si debba pagare. Per chi lavora all'interno dell'università l'accesso a questa informazione è fornito dall'università stessa, che si accolla le spese.
La questione secondo me andrebbe riformulata: chi deve sostenere queste spese ? Con quale ripartizione ?
In linea teorica sono d'accordo che tutti i prodotti dell'università debbano essere liberi, ma ci sono alcune questioni su cui riflettere; una su tutte : cosa fare se la ricerca è stata condotta con finanziamenti di privati , o in collaborazione con essi?
guardiamo per una volta al futuro
Credo che quelle espresse da Antonio siano preoccupazioni che sarebbe opportuno tralasciare. Nell'ultimo anno a livello mondiale si è registrata una netta accelerazione nel processo di migrazione verso il digitale per i contenuti educativi. Voler difendere il vecchio modello cartaceo è una battaglia di retroguardia. I cambiamenti avverranno con o senza l'Italia al passo, e prima o poi si affermerà un modello nel quale solo le pubblicazioni di ampissima diffusione verranno stampate, mentre le altre saranno fruibili solo in digitale. D'altra parte credo che il pagare qualcuno per una review sia l'eccezione e non la regola, e per quanto ne so anche il lavoro di redazione viene spessisimo effettuato da studenti e dottorandi a costo zero. Sono certo che tale ordine di preoccupazioni d'altra parte risulterà determinante ed anche in questa occasione il sistema universitario italiano riuscirà a perdere il treno di un passaggio epocale. Arriverà dopo nella nuova era digitale, con tutte le conseguenze negative del caso. Mentre tra qualche anno sarà possibile accedere tramite motori di ricerca a decine di milioni di pubblicazioni accademiche, tesi di laurea e di dottorato nelle altre lingue, i risultati della ricerca italiana continueranno a riepire scantinati e riviste che nessuno legge.
Digital != Free
Concordo con "beechs" sul fatto che il passaggio ad un modello di informazione "digitale" sia un fenomeno in corso da diversi anni: cercare di opporvisi sarebbe come tentare di fermare l'avanzare dell'oceano con sacchetti di sabbia.
Si badi bene che "digtale" non significa però "free", nemmeno nella sua accezione più ampia di "gratis". Per esempio, il passaggio da sistemi di broadcasting analogici quelli digitali ha costretto l'appassionato di calcio a dover pagare per vedere le partite (pay-per-view), che una volta erano trasmesse in chiaro e gratuitamente.
L'ipotetico scenario in cui tutto il sapere sia disposizione di tutti e gratuitamente è auspicabile, ma tutt'altro che scontato: è opportuno far sì che le nuove opportunità offerte dai sistemi di comunicazione digitali non vengano sfruttate di norma per limitare, anzichè espandere, l'accesso alla conoscenza.