Ecco la sintesi della discussione che ha avuto luogo sul forum, rappresentata anche nella mappa del dibattito.
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Uno specifico filone di discussione ha riguardato i perché dell'Università Aperta, cercando di stabilire se e quali motivazioni potrebbero giustificare la decisione di aprire la conoscenza generata dall’università. Innanzitutto, si è detto che l’apertura potrebbe favorire l’accrescimento del bagaglio culturale di ciascuno; inoltre, “il sapere e gli strumenti per accedere ad un solida preparazione universitaria dovrebbero essere considerati come un bene comune”. Un’università “aperta” è anche stata definita “più vivibile, più accogliente, più morale”.
Nel dibattito, ricorrono due differenti concetti di accesso aperto. Da una parte si parla dell’accesso alla cultura ed alla conoscenza in quanto tali, dall’altra dell’accesso alle università come istituzioni della conoscenza.
Accesso aperto alla cultura ed alla conoscenza
Il cuore del dibattito, ovvero la discussione sull’accesso alla conoscenza generata dall’università, si è concentrato sull’incrocio di due tematiche: la dimensione relativa al tipo di contenuti/strumenti oggetto dell’apertura, in particolare i materiali didattici ed il software (visto sia come oggetto di studio/ricerca che come strumento per lo studio/ricerca), ma anche la dimensione dell’università vista alternativamente come produttore di conoscenza e come consumatore di conoscenza.
Accesso a contenuti, materiali didattici e portali
Riguardo i contenuti, ci si è chiesti se sia opportuno pagare di fatto due volte per accedere alla conoscenza, prima finanziando pubblicamente ricerca ed insegnamento e poi facendo riacquistare i risultati di tale lavoro scientifico e creativo (sotto forma di libri, articoli, dispense) agli studenti (con un ricarico più o meno consistente e distribuito a vari soggetti: gli autori, ma soprattutto gli editori ed altri intermediari). In merito, è stato evidenziato come le attività editoriali abbiano un significativo valore aggiunto e, in una certa misura, possano giustificare questo apparentemente doppio pagamento. Tuttavia, la posizione prevalente sostiene che queste preoccupazioni siano superabili (ad esempio spesso l’attività di peer review è fatta su base essenzialmente volontaria da altri docenti e ricercatori) e che, soprattutto, sia in corso un inarrestabile trend verso nuovi modelli di creazione (e “certificazione”) della conoscenza. Contemporaneamente, si è evidenziato come i nuovi modelli di business, basati su un mondo digitale, non siano sempre e necessariamente più aperti che in passato: se si vuole che questo sia il caso, occorre attivarsi a livello individuale ed istituzionale.
Hanno meritato vari messaggi i portali informativi, specie quelli inter-facoltà o addirittura inter-ateneo (menzionati spesso Klips ed AperTO). A questo proposito, si è osservato come ad essere carenti siano spesso non le infrastrutture tecnologiche, ma la cultura, l’informazione e gli incentivi relativi all’utilizzo delle stesse. E’ stata sottolineata l’importanza di realizzare standard comuni per i portali (non solo di tipo tecnico, ma anche riguardo le condizioni di utilizzo). Si è osservato che anche i materiali liberamente accessibili (agli studenti o a tutti gli utenti di Internet: una soluzione da preferire nettamente, secondo il dibattito), spesso non sono davvero “aperti”, nel senso che non possono essere modificati.
Uso e produzione di software aperto
Riguardo il software, per quanto probabilmente non tutti gli applicativi possano essere sostituiti (nel breve periodo) con programmi “aperti”, si sottolinea come una migrazione all’open source sia possibile nella maggior parte dei casi. In particolare, si è osservato che il software libero ed open source è più coerente con un’istituzione della conoscenza: “un sapere non accessibile non è un sapere (e soprattutto non è un sapere democratico)”. Tutto ciò senza necessariamente “demonizzare” il software proprietario, ma utilizzandolo solo laddove esistano precise e documentate ragioni. Vedendo il software non solo come strumento usato nell’università, ma anche come prodotto ed oggetto di ricerca, si è sottolineato come la natura aperta del codice ne faccia uno strumento educativo superiore. Anche a chi non studi materie legate all’informatica, l’uso (non necessariamente esclusivo) del software aperto all’università potrebbe offrire maggiori possibilità e consapevolezza nella scelta.
Diversi interventi hanno messo in evidenza la possibilità che il modello di sviluppo open source porti a nuove forme di interazione tra università ed aziende. Ciò facilitando scambi dinamici di conoscenze, abbassando le barriere all’ingresso, facilitando spin-off. Se necessario, si è anche proposto che l’università possa prediligere interlocutori che aderiscono al modello open source.
Accesso aperto alle istituzioni universitarie
Il problema dell’accesso all’università come istituzione ha suscitato numerosi commenti, spesso supportati da esempi e dati concreti. Nel merito, la posizione maggiormente espressa è stata in linea di massima contraria ai test d'ammissione ed alla frequenza obbligatoria, ma non senza qualche distinguo o qualificazione. Anche rifacendosi alla dichiarazione di Wheeler (che per "università" intende “tutte le componenti della comunità di ateneo”), tema spesso richiamato è stato quello dell’efficienza e della trasparenza dell’amministrazione. “Ciò significa che le strutture informatiche dell'università devono rendere la stessa effettivamente accessibile a chiunque, studente o non, intenda porsi in comunicazione con le strutture didattiche e -punto spesso dolente- amministrative dell’ateneo.”





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